Commercio. Come sono cambiate le cose, chi ci guadagna e chi ci perde
Data: Monday, 10 May @ 23:58:44 CEST
Argomento: Altri Problemi ed Iniziative


Partendo da lontano, diciamo una ventina d\'anni, ricordo, avendoci passato l\'intera infanzia, Bussoleno. Via Traforo era piena di negozi di tutti i tipi, quando accompagnavo mia madre a far la spesa, ci fermavamo a comprare qualcosa di diverso ogni 5-10 metri, vuoi una sosta per il pane, una per il giornale, un salto in farmacia, ogni tanto in pasticceria e così via. Oltre ai negozi, la via era frequentata dai bussolenesi intenti in acquisti e commissioni, e tra una spesa e l\'altra, di tanto in tanto ci scappava anche 4 chiacchere con il vicino o altro conoscente incontrato per caso.



Oggi il paese è deserto a qualsiasi ora, i vari negozi e botteghe stanno chiudendo uno ad uno, vuoi per crisi, vuoi per mancato ricambio generazionale.

In realtà il problema del commercio locale non mi sembra essere un effetto della crisi economica, quanto in realtà, una vera e propria causa diretta.
Chi ha un minimo di conoscenza delle basi dell\'economia generale, sa che per far si che un sistema economico sia in crescita, c\'è la necessità di un circolo di denaro costante.

Questo assioma, rapportato al microsistema "paesino di valle", viene tradotto, facendola semplice, in: io compro il pane dal panettiere sotto casa, questi comprerà la carne dal macellaio vicino, il quale comprerà la verdura dall\'ortofrutticolo che comprerà la propria merce da un agricoltore di zona, che comprerà gli attrezzi nella ferramenta vicina il cui proprietario andrà a prendersi un caffè e così via. I miei soldi hanno fatto il giro del paese, hanno lavorato tutti ottenendone i giusti ricavi e soddisfando ognuno i propri bisogni vitali e personali.

Ora come viene svolta l\'attività quotidiana della "spesa"?

Prendo la macchina, vado nel supermercato appena fuori città, e compro tutto quello che mi serve risparmiando anche qualcosina perchè rispetto al panettiere  risparmio 50 centesimi in più al kilo, almeno un paio di euro per la carne, nel settore frutta e verdura trovo anche primizie e fuori stagione, e se ho bisogno di qualche attrezzo, magari lo trovo pure in offerta nell\'angolo casa e giardino. Così i miei soldi, danno lavoro ai commessi e magazzinieri del supermercato, con contratti a breve termine con i minimi salariali, che nel migliore dei casi, per tre o sei mesi mangeranno e forse qualcuno potrà togliersi lo sfizio di uscire con il/la fidanzato/a per una pizza o un cinema alla settimana (il cinema rigorosamente multisala in città perchè nei nostri paesi, pian piano stanno morendo tutti a causa della poca competitività di titoli e comfort delle sale), e il resto finisce tutto disperso al di fuori del microcosmo.

A rafforzare la mia tesi qua sopra, vi invito a visitare una pagina di wikipedia (lista degli uomini piu ricchi) e notare come almeno 1/10 dei personaggi citati siano a capo di grosse catene internazionali di supermercati.
Ora se, prendendo il primo in lista, Ingvar Kamprad e famiglia (IKEA) hanno come patrimonio personale: 22 miliardi di dollari (circa 16 miliardi di euro), qualcuno sa dirmi, in tutto il mondo, quanti mobilifici locali sarebbero rimasti attivi e quanti operai o falegnami lavorerebbero ancora se questi soldi (senza contare tutti i divedendi intascati dagli altri soci e dai guadagni dell\'indotto IKEA) fossero rimasti nei micro sistemi dove sono stati spesi?

Ma soprattutto, quante possibilità ci sono che Ingvar Kamprad e famiglia spendano anche solo un miliardesimo dei loro guadagni, per comprare il pane dal panettiere sotto casa mia? Poi anche ammettendo che questo possa accadare, gran parte del patrimonio viene incamerato come risorsa personale, togliendo quindi una grossa cifra di liquidità, dal ricircolo economico di cui parlavo sopra, e facendo ristagnare pesantemente l\'economia mondiale.

Alle catene dei supermercati, possiamo aggiungere anche le multinazionali produttrici, che per lo stesso principio, si portano dietro molti dipendenti sottopagati (spesso dei paesi poveri) e uccidono i piccoli produttori che devono pagare i salari dei loro dipendenti, hanno costi di produzione piu alti, prezzi meno competitivi, meno liquidità per la promozione dei propri prodotti e vengono di fatto tagliati fuori dal mercato, anche quello locale.

E le banche e le finanziarie? Se compro un televisore, una macchina o una cucina con un finanziamento, quanti dei miei soldi di interessi vengono utilizzati per pagare le spese della filiale sotto casa o prestati a nuove attività locali, e quanti invece vengono "erosi" dalle holding nazionali e internazionali?

E non parliamo delle cooperative di gestione di risorse umane, che di fatto hanno sostituito il vecchio ufficio di collocamento, e che (oltre a fare lievitare i costi, e i piccoli produttori ringraziano...) non sono altro che delle aziende sanguisughe che, al contrario di un famoso personaggio leggendario, RUBANO AI POVERI PER DARE AI RICCHI.

Mi limito a questi esempi più eclatanti ma a partire dalle assicurazioni, arrivando alle società di franchising, i soldi che prima giravano nel micro sistema vengono esportati e divisi tra pochi che, tolte le spese di gestione, non fanno rientrare un singolo euro nello stesso.

Una volta individuate le cause, per far si che la critica sia costruttiva, si deve proporre un modello di sviluppo alternativo a quello che sta portando alla fame, un pò tutto il paese.

Potrà sembrare utopico, ma sono convinto che si possa sconfiggere la crisi se ognuno di noi, invece di comprare capi firmati con prezzi esorbitanti, tornassimo a spendere quei 50 centesimi in più al giorno per un 1 kg di pane, invece di comprare un pacchetto di brioches confezionate alla settimana comprassimo mezza focaccia di Susa, invece di guardare i film in anteprima sul digitale terrestre, tornassimo nei cinema locali, invece di comprare il tavernello al supermercato, comprassimo un pintone di vino o una grappa distillati qua in zona e così via. Penso bastino pochi sacrifici finanziari, forse un pò più di tempo dovendo decentrare gli acquisti in più luoghi, ma sicuramente il poter tornare a scambiare 4 chiacchere con il conoscente incrociato per caso, può essere un buon incentivo.

Tuttavia questo potrebbe non essere sufficiente, penso che si debba recuperare un pò di fondi dispersi in giro per il mondo, ma non avendo in valle, nessun grande produttore (forse giusto la Sirena Electra?) che possa far "immigrare" liquidità nei nostri paeselli, dovremmo ingegnarci in qualche modo. L\'unica alternativa, all\'obrobrio del treno, che mi viene in mente è il turismo. Leggevo giusto ieri che a Pinzolo (Val Rendena), per il solo fatto di avere la Juventus che facesse il ritiro precampionato, negli ultimi anni, il fatturato del turismo e dell\'indotto è aumentato di 4 milioni di euro. Possibile che le nostri Alpi Cozie e Graie siano così inferiori alle Alpi trentine? Non credo proprio, ma ciò che è certo, è che finora i valsusini non sono stati in grado di far valere le bellezze naturali e naturalistiche di questa terra.

La valle sicuramente è grande, e non penso con questo lungo pensiero di riuscire a cambiare molto della situazione, ma dal movimento No Tav, ho imparato che con la giusta informazione, con una grande forza di volontà ed un immenso spirito di sacrificio, il grande solco scavato nei secoli dai ghiacciai e dalla Dora Riparia, diventa un posto immensamente ristretto, unito e compatto e a volte, basta poco per fare un mezzo miracolo...

Giacomo Alberto Mallamaci, valsusino qualunque.







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