La valle si sveglia dopo quattro anni di freddo.
Data: Friday, 22 January @ 21:32:02 CET
Argomento: Solidali alla lotta NO TAV in Val Susa


QUANTO colore in meno, rispetto all’autunno 2005, quando una valle si scoprì capace di resistere alla militarizzazione e seppe opporsi pacificamente all’occupazione del territorio per l’effettuazione dei sondaggi del Tav. Non c’è più la sciarpa rossa dell’onnipresente Ferrentino, non si vedono le fasce tricolori dei sindaci, né i berretti gialli della Coldiretti, ancora meno le bandiere di partiti e sindacati. Mancano addirittura le luci blu delle forze dell’ordine che avevano assediato il Seghino e Venaus. Sotto il cielo grigio di una val Susa affaticata va in scena l’ultima puntata (per ora) di una commedia iniziata vent’anni fa, quando due governi misero in moto la macchina mediatica della Torino-Lione. Trivelle che spuntano come funghi, nella notte più scura del catrame. Tam-tam di cellulari e mail.



Slalom tra i cento impegni della vita normale (il lavoro, la scuola, la spesa al mercato, il bambino all’asilo, la coda dal medico o in posta) e di corsa una capatina al presidio. Non c’è colore, solo sbuffi di fiato biancastri che si mischiano al fumo della legna che consuma nei bidoni. Anche il freddo vira sull’azzurrognolo malato. Un freddo che scivola dentro e che rende tutti più scontrosi. E il clima politico di questi ultimi quattro anni ci ha messo del suo per avvelenare i rapporti, per isolare un movimento che aveva suscitato simpatie in mezza Italia. Quattro anni trascorsi a sentire la solita cantilena del «Tav indispensabile per lo sviluppo del Piemonte» gridata ai quattro venti da un coro che più bipartisan non si può. Quattro anni in cui il sottile Virano ha avvinghiato nella sua tela più di un amministratore. Quattro anni passati tra accordi di Pra Catinat, documenti Fare, mozioni no-Osservatorio e, nella primavera 2009, con la frattura delle liste No Tav alle elezioni comunali.
Quattro anni. Il tempo non si è fermato l’8 dicembre 2005, sul prato “libero” di Venaus, ma scorrendo ha accumulato dubbi e certezze, tensioni e carezze, accuse e scuse. Soprattutto tra le varie anime valsusine, prima ancora che verso l’esterno, nei confronti degli “altri”, del partito del Tav. Dunque, il secondo sbarco delle trivelle (anzi, il terzo, se contiamo quelle di Alpetunnel del 1996) ha colto una valle distratta da quel lungo periodo trascorso a discutere di “suggestioni” e di “grandi cortili”. Mentre invece i fautori della To-Lione hanno preparato con intelligenza il momento: le forze dell’ordine sono discrete, le parole d’ordine pacate, i sorrisi si sprecano, le promesse (sviluppo, lavoro, progresso) vengono sparse a piene mani, le pressioni sono velate. Nel 2005 tutti i sindaci valsusini, da Claviere a Caselette, e anche quelli della cintura torinese, sfilavano sotto lo slogan «Vogliamo il dialogo». Dopo quattro anni di “dialogo” come spiegare al resto d’Italia che una bella fetta della val Susa non è stata persuasa?
Ma è bastato che polizia e carabinieri si schierassero in assetto antisommossa attorno al passaggio a livello di Chiusa S.Michele perchè sul posto affluissero migliaia di persone, nella giornata di mercoledì, in un turn-over continuo. Una presenza pacifica ma ferma. Quasi che la trivella che lavora a Susa, lontano dagli occhi e in mezzo agli snodi autostradali, sia un prezzo minimo da pagare. Al contrario, i militari che bloccano le strade, provocano una sensazione di fastidio. Ben si è colto questo sentimento quando Sandro Plano ha parlato tra gli applausi al termine della giornata. Ma, obiettivamente, farsi strada tra le molte voci che su giornali e tivù inneggiano alla super-ferrovia è diventato più difficile, bisogna esserne davvero convinti. Domani a Susa, al corteo, sarà l’occasione buona per contare i No Tav. Per vedere se il dissenso ha ancora i numeri o se, come dicono nel Palazzo torinese, sono i soliti quattro gatti. 
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