GLI INTEREZZA. Giullari dei NO TAV
Data: Saturday, 05 January @ 11:39:02 CET
Argomento: Solidali alla lotta NO TAV in Val Susa


2/1/2008 (11:13) - L’ASSOCIAZIONE «L’INTEREZZA NON È IL MIO FORTE»
I giullari dei no Tav -Il teatro politico si fa duro se interpretato da attori che non chiedono sovvenzioni
Far spettacoli politici, durissimi, in vesti d'Arlecchino. Vuol dire truccarsi da saltimbanchi e giullari, per regalare «una risata e un mal di pancia» parlando di Tav, di globalizzazione, di consumo critico, malasanità, democrazia partecipata, donne escluse.


Vuol dire montare il baraccone della Commedia dell'Arte tra piazze, scuole e centri sociali, o meglio ancora, nei raduni in valle a bordo ferrovia, tanto per essere «sulla notizia», ma se si decide di far tappa in un teatro vero, riempirlo in un amen senza supporto mediatico e senza versare oboli alla pubblicità. Anche perché i soldi per quegli oboli non ci sono. Bisogna starci attenti, al denaro, per contare su un bilancio in attivo, vendendo i biglietti a 6 euro - «ma chi non ce la fa paga solo quel che può» - e senza voler chiedere mezzo centesimo di contributi, per «rimanere liberi di dire ciò che si vuole». Occorre autotassarsi per costumi e attrezzeria e recitare a compenso zero, contando su altri redditi per mettere insieme il pranzo con la cena: come fa lo staff dell'associazione L'Interezza non è il mio forte, una quarantina di soci, più «tanti sostenitori e innamorati della causa» che, fuori dal palcoscenico, sono avvocati, insegnanti, metalmeccanici, psicologi, imprenditori.
O operatori di finanza etica, come Max Gavagna, che ha fondato l'associazione con Annamaria Frammartino e Pat Vitulano nel 2003. «L'11 aprile di quell'anno abbiamo debuttato con “Io se fossi Gaber” e da una frase di Gaber deriva il nome gruppo» racconta Gavagna, che firma testi, regie e musiche, oltre a recitare e suonare in prima linea.
Nulla di strano che una formazione di non professionisti conti solo sulle proprie forze: la peculiarità del caso sta, oltre che nell'eccellenza qualitativa, anche nella scelta dei titoli, lontanissimi dai «Monsù Travet», da farse o classici che, di solito, compongono il repertorio degli amatoriali. Perchè Max e soci i loro copioni li scrivono in presa diretta, spulciando tg e quotidiani, «studiando per mesi con aggiornamento continuo di dati e notizie». Ispirandosi a «tutto quanto sia teatrabile del vivere sociale, dell'essere cittadini».
L'approccio può essere lodevole, ma il rischio noia-o-retorica, incombe e, per scongiurarlo, il team punta sulla risata, nella convinzione che «l'ironia sia il miglior modo di essere seri e che il teatro faccia bene a chi vuol mettersi in gioco». Loro, in gioco mettono temi come ogm e multinazionali illustrati da un Capitan Fracassa con i baffi a virgola, mentre il cancro si traveste alla «Rocky Horror Show» e la vicenda Tav diventa canovaccio per ruoli da contadini e ispettori del governo, tecnici sbrigativi e turisti giapponesi che fotografano i superconvogli del futuro. «Se a fine spettacolo la gente ci dice: “abbiamo riso e ci siamo arrabbiati”, siamo soddisfatti».
Seminando dubbi&sghignazzi secondo il suo credo, il gruppo si esibirà il 18 alle 22 a Spazzi, con «Banda discordanti», mix di canzoni teatrali da Jannacci ai Gufi, mentre il 27 sarà al Diavolo Rosso di Asti con l'intenso «Far finta di essere sani». Ennesime tappe di un percorso che inanella avventure su e giù per l'Italia, da Milano a far spettacolo con Roberto Brivio dei Gufi, al distretto di economia solidale di Pisa, da Venaus alla rocca malatestiana di Fano a Colorno, per una serata che ha visto in scena anche Jacopo Fo. A Torino, magari «sistemati in un angolo di piazza Vittorio, il giorno del referendum sulla procreazione assistita, a sviscerare la questione femminile mentre una folla oceanica correva verso il centro, dietro al Festivalbar».
Sembra tanto una storia di altri tempi, quando gli spettacoli venivano pagati con rimborsi spese o un pasto caldo: «spesso gli organizzatori ci invitano a cena in casa loro, altre volte ci parcheggiano in pizzeria». Tempi i cui, ci si arrangiava: «volendo risparmiare, capita che finito lo spettacolo saliamo sul furgone, viaggiamo tutta la notte e, al mattino si va al lavoro». Della serie la libertà costa. «Ma ci sta benissimo così. Noi mettiamo cura, anima, tempo e professionalità in quel che facciamo. In fondo siamo ricchi».
SILVIA FRANCIA

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