Chiara Sasso da Carta
Data: Tuesday, 25 December @ 10:23:03 CET
Argomento: Dal Presidio di Borgone


dall’ultimo numero di Carta, in edicola questa settimana -http://www.carta.org/
Tradizione vuole che l'8 dicembre si vada a raccogliere il muschio per il presepe, il vischio come buon augurio, e si addobbi l'albero. Poi c'è anche chi, con l'arrivo delle feste, mette su la faccia del: "taci e lasciami stare", tanto per adeguarsi al clima festoso e fare simpatia. Da due anni l'8 dicembre per la valle di Susa ha assunto un significato nuovo. Liberazione di Venaus. Festa dell'Immacolata Ribellione.


Adesso, senza farla troppo lunga, senza diventare monumenti di sé stessi, possiamo comunque dire che quella era stata una giornata epica. Quarantamila persone, imbacuccate, sotto la neve, che cercavano un passaggio per arrivare sul prato dei sondaggi e buttare giù le reti di recinzione, in realtà dimostravano ben altro. C'è una gran voglia di farsi sentire. Di fare cose direttamente, mettendoci la faccia, patendo il freddo, correndo con il fiatone. E' stato l'inizio, è stato dimostrato che è possibile una volta tanto ribellarsi. Fa bene alla salute. Quel Fratelli d'Italia cantato (e chi l'avrebbe mai detto?), per ricordare ai poliziotti che di fronte avevano cittadini e non marziani, ha aperto strade fino a quel momento impensabile. Un botto. E' nato il Patto di solidarietà e mutuo soccorso, scambi, amicizie, davvero tanta gente che pratica, che cerca una forma nuova di politica. Fratelli di Tav, non a caso si intitola il documentario di Candida Tv che ripercorre l'Italia.

E' tornata la neve quest'anno. Tradizione vuole che l'8 dicembre si salga in frazione Garda, a San Giorio. Una messa al campo, all'aperto, in quella radura dove (1943) c'è stato il giuramento della prima banda partigiana che si era costituita. Officiava don Francesco Foglia, il prete chiamato don dinamite per certe sue doti. Mezz'ora di strada per sentieri scivolosi di muschio da raccogliere. Vento gelido e un pensiero: "non ci sarà nessuno" E invece. Si fa cerchio, anche le canzoni escono come possono, un po’ stonate. Fin dal mattino si vedeva alzarsi bianca una bufera a coprire le montagne versante francese. Bianche sono anche le sedie di plastica che si sposteranno qualche ora più tardi dal presidio di Venaus, al capannone di fronte, luogo eletto per l'assemblea. Bianche sono chiamate le morti di corso Regina, gli operai dell'acciaieria Thyssen Krupp. Bianco è il volto di Giorgio Airaudo, segretario della Fiom, sotto sforzo, stanchissimo, ma presente come sempre in valle. Si decide di partecipare alla manifestazione di Torino il giorno dopo. Si decide di listare a lutto le bandiere notav, lo si farà per strada, approfittando delle pause del corteo, ago e filo in borsa, Bruna cuce la striscia nera di stoffa. Ci sono delle immagini che raccontano tutto un mondo. Come i fari delle auto che illuminavano (ad assemblea finita), di nuovo l'andirivieni delle sedie, dal capannone questa volta al presidio. Un pomeriggio intenso a discutere, Osservatorio sì no. Che palle. Sotto l'albero di Natale quest'anno c'è un pacco (appunto), la proposta di referendum sul Tav. Partito come ipotesi (quanto meno azzardata) di referendum per l'Osservatorio (stare o uscire), è diventata subito l'occasione per trasformarlo in un referendum sull'opera. Su quale percorso? Su quello che Di Pietro ha commissionato a Rfi e presentato all'UE, ma nessuno ha ancora visto.

Progetto modificabile dall'Osservatorio. "Noi" dice Virano in una intervista a ItaliaOggi, "Appena ci danno l'Ok avremmo bisogno di quindici settimane per definire il tracciato. Il referendum in valle a questo punto è una soluzione che non mi dispiace, anzi". Molti avevano capito che il compito dell'Osservatorio era verificare, in base all'approfondimento tecnico scientifico, se era utile e indispensabile una nuova linea Torino Lione. Punto. E i dati ormai pubblici e risaputi danno ragione ai notav. Parte un documento firmato da una novantina di amministratori, chiedono di prendere in considerazione l'uscita dall'Osservatorio, perlomeno di discuterne. Questo pezzo di territorio portato spesso ad esempio come laboratorio di partecipazione diciamo che non sempre fa onore alla fama attribuita. Da Vicenza ci ricordano con uno slogan: "Vicenza non si Usa resisteremo come la Valsusa".  Appunto. A Venaus si discute su tutto. Nel capannone fa un freddo cane. A scaldare il cuore un tenero e bellissimo spettacolo a cura di una famigliola notav (Giovanna lavora in comune all'anagrafe, Paolo è insegnante elementare e Alessandro cinque anni, partecipa dando il nome all'impresa: Alexander Circus). Hanno deciso di imparare l'arte circense e dare così il loro contributo al movimento (e alla sottoscrizione per Carta), con giochi su trampoli, mangiafuochi e giocolieri. Nevischia quando parte la fiaccolata che attraversa Venaus, oltre cinquemila persone, di nuovo grandi numeri.

A questo punto con tutto il muschio raccolto il presepio si fa. Sarà un presidio, in onore a quello di San Pietro di Rosà che proprio il 7 dicembre ha avuto l'ultimo grado di appello alla Corte di Cassazione di Roma. Il giudice relatore ha sottolineato come non si tratti di una attività edilizia ma di un esempio di manifestazione del tutto legittima sul territorio. (Urrà). Accanto tante casette, sono quelle dei valsusini che ancora una volta si sono aperte per ospitare gli amici che sono arrivati da tutta Italia per essere l'8 dicembre a Venaus. E poi pecore che non chiedono altro che di seguire un bravo pastore. Il bue e l'asinello, anzi tanti asinelli. E ancora casette illuminate e cortili che sono poi i cortili di tutta Italia dove nascono i comitati. La lavandaia e il pescatore, in carta stagnola il ruscello per la difesa dell'acqua pubblica. Qua e là qualche poliziotto, perché non mancano mai, ultimamente presidiano le riunioni degli amministratori (brutta storia, brutta abitudine). Una spruzzata di neve, qualche vecchia palma spelacchiata. La stella cometa sul tetto del presidio di Venaus alimentata dai pannelli solari, dentro, un sindaco che discute. Discute più che animatamente, letteralmente accerchiato a mò di uno contro tutti, ma il nostro ci ha il fisico e non chiede altro che di parlare, di arrabbiarsi, di alzare la voce e mandare a fare in culo, se necessario, per carità sempre in amicizia.

Allo stesso modo gli altri che stanno attorno.

Ma allora?

Buon Natale

Chiara Sasso







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