Di Pietro. Di chi sono i treni ?
Data: Tuesday, 27 November @ 13:46:05 CET
Argomento: dai media


Antonio Di Pietro bacchetta duramente Trenitalia e blocca più di un miliardo di fondi, in nome della separazione tra gli interessi nazionali e quelli di aziende che si comportano da privati quando devono raccogliere gli utili e da realtà pubbliche quando devono chiedere denari
A volte capita, persino con questo governo, di dover sinceramente apprezzare l'operato di un ministro; il fatto poi che questo ministro sia Di Pietro aggiunge una certa nota di lieto stupore, che aggiunge ulteriore piacere alla circostanza.


Il titolare del dicastero delle infrastrutture, infatti, ha osato far notare che Trenitalia è un gruppo privato e che, per quanto possa detenere un monopolio costruito con i soldi pubblici, è, o almeno dovrebbe essere, un soggetto di mercato a tutti gli effetti. È successo alla conferenza delle infrastrutture, uno di quegli appuntamenti in cui, di solito, si deplora lo stato disastroso della rete dei trasporti, si annunciano grandi progetti, si lamenta la mancanza di fondi e ci si ripromette grandi cambiamenti, mentre i fondi pubblici continuano a transitare allegramente, su binari superveloci, dalle casse dello Stato alle tasche delle aziende.
L'uscita del ministro ha scompaginato questo rituale: Di Pietro ha deciso di bloccare un trasferimento di un miliardo e 35 milioni alle ferrovie, sostenendo che non si possono più dare quattrini al buio. Infatti, questi soldi sarebbero dovuti servire alla modernizzazione della rete, ma non ci sarebbe nessuna garanzia sul loro utilizzo effettivo: la holding Ferrovie dello Stato spa è composta fondamentalmente da due diverse realtà, vale a dire Rfi, che rioccupa delle infrastrutture, e Trenitalia, che gestisce il traffico. Ora, la prima, che lavora essenzialmente con soldi pubblici, è in pareggio, mentre la seconda è in profondo rosso: allo stato attuale, non esistono garanzie che i quattrini pubblici non finiscano a riempire le voragini di Trenitalia piuttosto che a finanziare le attività di Rfi.
A queste condizioni, Di Pietro ha avuto il merito di far notare un'ovvietà, ma tanto ovvia da essere quasi sovversiva: se Fs è un'azienda privata, che deve rendere conto in primo luogo ai propri azionisti e che vende i suoi servizi sul mercato, allora non si può pretendere di sistemarsi il bilancio con i soldi dei cittadini; se riceve questi quattrini per un servizio pubblico, allora ha il dovere di spenderli per questo servizio e non per altro. O, per dirla con le parole del ministro, "o prendono soldi dallo Stato e fanno quello che lo Stato vuole oppure non prendono soldi e fanno ciò che vogliono loro": chiaro, no?
Era ora, si potrebbe dire, e non c'è che da essere soddisfatti per questo momento di trasparenza: in questo splendido Paese baciato dal sole, ogni volta che qualcuno fa quello che il suo ruolo richiederebbe si è tentati dal celebrarne l'eroismo. Però, già che ci siamo, sarebbe il caso di partire dalle sensate considerazioni del ministro per estenderle un pochino oltre: va bene lo spacchettamento di Rfi e Trenitalia, va bene dire che questa commistione di pubblico e privato serve solo a moltiplicare le perversioni del sistema e a bloccare ogni tentativo di vederci chiaro, va anche bene notare che Anas almeno sta procedendo con decisione sulla via del mercato mentre Fs preferisce l'ambiguità; ma volgiamo porre il problema dello statuto delle infrastrutture, che sono un bene pubblico fondamentale per il Paese e un monopolio naturale, e che affidare un monopolio a un privato è il modo migliore per mandare a ramengo l'interesse pubblico? Insomma, il problema non è solo quello dei giochetti di Fs o dei loro simili, ma è sostanzialmente quello dell'impossibilità di intervento pubblico in un contesto che ha istituzionalizzato ogni possibile conflitto di interesse, e in cui ogni potere accumula rendite di posizione sempre maggiori.
Nane Cantatore, 26 novembre 2007
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