La Stampa 9.12.05 La polizia sorpresa dalla marea dei ribelli
Data: Friday, 09 December @ 11:32:59 CET
Argomento: dai media


IL GIORNO PIU’ LUNGO GLI AGENTI HANNO AVUTO ORDINE DI EVITARE UN BILANCIO DRAMMATICO
La polizia sorpresa dalla marea dei ribelli
Impossibile tenere i siti, lacrimogeni per coprire la fuga
di Marco Neirotti





SUSA. La verità l'abbiamo avuta davanti agli occhi pochi minuti dopo l'una di ieri, quando incominciava a diradarsi il fumo dei lacrimogeni oltre le recinzioni divelte del cantiere di Venaus, riconquistato da 30 mila persone: lo Stato italiano ha perso la battaglia, ha dovuto arrendersi alla spontanea repubblica della Val di Susa. E, se ha perso salvando la dignità, evitando disastri, lo deve all'equilibrio dei vertici di polizia e carabinieri, dal vicequestore vicario, Michele Rosato, al colonnello Antonio De vita, comandante territoriale dell'Arma, coordinati dal questore Rodolfo Poli. E' stata giornata di compostezza durata a lungo, ma anche di intenti che serpeggiavano, di un fine ultimo preciso da non sciupare lungo la strada con azioni eccessive.

E' stata anche giornata di autocontrollo dei funzionari Digos, di ufficiali, dei singoli agenti, di sforzi convinti dei sindaci con le fasce tricolori ai quali non poteva non sfuggire di mano una folla così grande e composita. Ma anche ore di disordine emotivo tra alcuni manifestanti. Flash che ognuno può incollare come vuole. Alle 10 il popolo No-Tav prende il cappuccino con i bambini. E una ragazza sui 30 anni, pantaloni kaki, giubbotto e zainetto, si china a raccogliere pietre tra le piante della piazza-parcheggio. Alle 11, mentre si sale, partono slogan e sortite feroci: «Viene il dottor Tale a picchiare la gente per bene?», «I Romani qui se le sono già prese», «Levatevi bastardi». Quando, davanti al blocco del bivio che porta al sito, si grida «buffoni» a elmi e scudi, i sindaci insistono: «Non fate cazzate». Risposta: «Buffone anche te». E da una fascia tricolore di primo cittadino viene la frase che annuncia la piega che la mattinata prende: «Non governiamo più niente».

Resa inevitabile
Restando come un cuscinetto tra chi preme e lo sbarramento di forze dell'ordine, si percepisce chiaro che questa folla non è comunque arginabile.

Qui incomincia la tensione pacata: funzionari che dialogano con chi è già dietro il cordone: «Non mi diverto, mi creda». Sconsolati e fermi. La resa inevitabile dello Stato al movimento è già cosa fatta: si tratta di renderla graduale, di «filtrare» i personaggi per evitare provocazioni. Si apre un varco - e i sindaci si prodigano a trattenere la gente - per far passare un container che diverrà presidio. Si contratta - «se dite quattrocento diventano il doppio, vi concediamo una delegazione di duecento» - ma la fase «tenaglia» è cominciata. Chi prosegue salendo verso Nord scenderà dal bosco. E dietro lo sbarramento vedi la totale confusione di brava gente. «Signora, portate via i bambini in passeggino di qui». Risposta: «Manganellano anche lui?». Va bene la rabbia per la notte di Venaus, ma le bottiglie vuote, i pezzi di metallo, le pietre, gli accendini, perfino una scarpa che ci volano addosso non li lanciano gli «sbirri», passano sulla loro testa e colpiscono a caso civili tranquilli. Un ragazzo riceve sulla mascella un cerchio di ferro. Arriva da sconosciuti di là dalla barriera, lo soccorre la polizia. Ma la signora si ostina: «Mio figlio ha diritto di stare qui». Non il dovere di avere una madre così poco accorta.

L’esercito disarmato
La sensazione di vittoria scende dalla curva per Venaus con passo più veloce di quello dei manifestanti che ormai filtrano nel blocco, aggirano. E' un esercito disarmato che si gonfia. I ragazzi dei centri sociali stanno attenti a non alzare la tensione. Mazze e bastoni e pietre li tengono per l'ultimo attacco, quando sono a testuggine, quando le armi restano per intelligenza nelle fondine e partono soltanto nuvole di fumo che strappa gli occhi. Le provocazioni volano costanti, insulti, inviti a «picchiare», tanto che un sindaco dice: «Lasciateli fare. O sparate. Non c'è altra soluzione». E la vittoria contro lo Stato - contro Tav, ma anche contro il blitz di lunedì notte, contro prezzi, vita cara, pensioni difficili, malesseri di ogni giorno - diventa una spinta. E' una corsa liberatoria quella contro il sito Sitav, mentre altri distruggono la recinzione lungo la strada e si spargono tra i resti delle tende spezzate, piegate, abbandonate dalla ruspa.

La ritirata
Partono i lacrimogeni, ma è autodifesa, non carica. E' l'una. La Valle di Susa si è ripresa Venaus. Arrivano rinforzi. Simbolici, preventivi ormai. Si può tornare a casa. Il disordine dei pensieri si fa più confuso. Un ragazzo insulta giovani agenti (gli stessi che due ore prima del blitz notturno stavano organizzando una partita di calcio con i valsusini del presidio) appoggiati al jeeppone stanchi, indifferenti. Insiste. Uno lo afferra d'improvviso. La gente insorge. Lo lascia andare e quello riparte con gli insulti. E le stesse persone che lo difendevano ora lo travolgono di parole: «Vattene dalla nostra valle. Non vogliamo gente come te». Parole e manganelli, reazioni emotive, immediate, fatte di memoria, sentito dire e visto. La vittoria la spargeranno per l'Italia gli antagonisti. Si scende, sempre più numerosi. Chi non sapesse che cosa è successo, se non ci fossero striscioni e cartelli, potrebbe pensare che sia appena finito un concerto rock.








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