Lettere a La Stampa pubblicate il 6-10-2005
Data: Friday, 07 October @ 10:39:23 CEST
Argomento: I nostri commenti


Il dissenso di un’intera comunità
Carlo Federico Grosso critica i Verdi, invocando il carattere strategico dell'Alta Velocità Torino-Lione e il fatto che in democrazia le minoranze non devono impedire le ragioni dell'interesse generale. In questo caso crediamo che la contrarietà delle istituzioni e delle comunità locali coincida proprio con l'interesse generale.



Da sempre consideriamo indispensabile rilanciare il trasporto ferroviario, inclusa la tratta Torino-Lione. È una vecchia linea sulla quale non sono mai stati fatti lavori di ammodernamento. Se realizzati, sarebbe possibile trasportare 20 milioni di tonnellate di merci l'anno, il doppio di quelle attuali. Questa, quindi, è la nostra proposta: adeguare la linea esistente e sfruttarla al meglio, rinunciare a ogni potenziamento dell'autostrada, e discutere eventualmente della nuova linea solo quando il traffico avrà cominciato a crescere davvero. Sono principi di buona amministrazione e per questo ho parlato di «truffa della Tav». Risparmiare le già scarse risorse pubbliche è infatti un obbligo per tutti. Quest'opera costa infatti circa 15 miliardi di euro, di cui almeno 8 dovranno essere pagati dall'Italia. Intanto, le nostre città soffocano di traffico e nessuna risorsa significativa è stata destinata a risolvere i problemi di chi si muove ogni giorno in città o dei milioni di pendolari che viaggiano su treni obsoleti.
Grosso sostiene che questioni ambientali e popolazioni locali sono state «ampiamente» valutate e consultate. Questo non è vero. Infatti, la legge Obiettivo voluta dal governo Berlusconi prevede che le valutazioni ambientali siano effettuate in modo sommario sul progetto preliminare e che le istituzioni locali siano escluse da ogni decisione. Queste sono per noi le aggressioni alla democrazia e alla partecipazione volute il centrodestra. Il progetto non è stato valutato nei suoi impatti sul territorio, per cave, cantieri e rumore. Per l'assenza di un modello geologico che chiarisca la presenza di amianto e uranio nelle rocce. Non sappiamo quindi quale sarà l'impatto sulla salute. Ma questa procedura non ha impedito a 30 mila cittadini, insieme a tutti i sindaci e Comunità montane della Valsusa e Val Cenischia, di manifestare pacificamente il proprio dissenso, costringendo il ministro Lunardi a istituire una Commissione per il confronto con le realtà locali. Oggi il Ministro ha sospeso la Commissione senza motivazione, annunciando l'avvio del cantiere a Venaus. Una scelta irresponsabile da parte di un governo che non crede nel dialogo con i cittadini, unico elemento che, secondo noi, ha dato risultati concreti per realizzare le infrastrutture davvero utili. Oggi, tanti cittadini e 40 sindaci protestano contro queste decisioni e i Verdi sono al loro fianco. Non sono «pochi dissenzienti», ma una intera comunità locale che chiede di essere ascoltata e non umiliata.
Alfonso Pecoraro Scanio, presidente dei Verdi

Una violenza inaccettabile
Ho letto con attenzione l'editoriale a firma del prof. Carlo Federico Grosso (La Stampa del 4 ottobre) dal titolo «Democrazia alla prova del Tav». L'intervento, oltre a manifestare una conoscenza superficiale del problema dell'alta velocità, perché non affronta alcuna concreta questione tecnica, viene concluso malamente con uno spiacevole, anche se implicito, riferimento al presidio organizzato a Venaus per protestare contro l'unilateralità del governo che, in spregio ai lavori della «Commissione Rivalta», ha deciso di interrompere il confronto tecnico e di iniziare il tunnel di Venaus lungo 10 km, cioè l'inizio dell'Opera.
L'opposizione a questo progetto vede l'unità di azione di tutti i sindaci della Val di Susa e dei presidenti delle due Comunità montane e cioè un fronte politico trasversale che non potrebbe reggere, viste anche le pesanti pressioni politiche ed economiche che subisce quotidianamente, se le ragioni del NO TAV non fossero veramente valide; e soprattutto c'è una partecipazione popolare continua e motivata che non ha precedenti per la Valle ma direi anche in Italia. Invito quindi il prof. Grosso a visitare la Val di Susa per conoscere una realtà di cui si è permesso di scrivere senza conoscerla.
Quale democrazia? Sicuramente non quella delle decisioni unilaterali che vorrebbe ridurre tutte le ragioni di chi dissente a un problema di «ordine pubblico». Di più: noi crediamo che le popolazioni locali debbano poter decidere, in prima persona e con le loro istituzioni, rispetto all'uso del territorio in cui vivono e anche su quale modello di sviluppo costruire il futuro della Comunità, e che la falsa contrapposizione tra interesse generale e locale nasconda solo il camuffato tentativo di imporre gli interessi di pochi contro i reali interessi generali.
La nostra Comunità ha il pieno diritto di difendere il proprio territorio, la vivibilità dei suoi abitanti e un modello di sviluppo che possa offrire opportunità di lavoro nel rispetto dell'ambiente. La Val di Susa non è una Valle egoista: già oggi sopporta il 70% del traffico internazionale che attraversa le Alpi Occidentali contro il 28% della Valle d'Aosta, e complessivamente sopporta il 30% del transito merci del nostro Paese. Di più non è giusto chiederci, sarebbe una violenza che non possiamo accettare.
Giuseppe Joannas, sindaco del Comune di Bussoleno

Offesi gli abitanti e la verità
In un tempo delicato come quello che si sta vivendo qui in Valle, la pubblicazione dell'articolo di Carlo Federico Grosso in prima pagina sulla Stampa è estremamente spiacevole e inopportuna. Ciò che è più grave, è che la firma è quella di un giurista. Non stiamo a raccontarci favole: la situazione in Valle, insieme con tutte le ragioni del movimento che si oppone alla Tav, la conosciamo tutti molto bene. E conosciamo anche molto bene - a livello di cronaca locale ultimamente ne avete parlato anche voi con una certa imparzialità - il trattamento che lo Stato sta riservando ai suoi abitanti: che è, in una parola, anticostituzionale, se la tutela della salute è un diritto del cittadino. Ma, a livello nazionale, la questione viene presentata in termini diversi, offensivi non soltanto per gli abitanti della Valle, ma più in generale per quella verità alla quale, per codice deontologico, un giornalista dovrebbe essere al servizio.
Qualunque lettore minimamente smaliziato conosce come funzionano i giornali, le «linee editoriali»: ed è ben cosciente che i valori sostanzialmente economici che le guidano, e che rappresentano l'interesse di uomini con un nome e un cognome, non coincidono che di rado con i valori etici; ma a questo, purtroppo, ognuno tende a dar peso solo quando si trova a subirlo. In ogni caso, alla Verità, certo non qui e non ora, ognuno sarà prima o poi chiamato a rispondere: e in quel momento non vorrei essere nei panni di chi, gestendo o servendo, l'ha maltrattata troppo.
Giovanni Perino, Bussoleno (TO)

Lutti e dolori in nome del profitto?
Ho letto gli autorevoli commenti dell'avv. Grosso per la questione dell'alta velocità ferroviaria in Val di Susa. Legambiente sta diffondendo alcuni documenti sul progetto della Torino-Lione. Un documento di Italferr «Analisi delle problematiche di scavi in galleria in presenza di fibre di amianto» indica a chiare lettere che, anche rispettando i limiti di esposizione previsti dalle normative, il rischio di contrarre un tumore da amianto è reale anche per la popolazione in generale. Riporto testualmente. «Mesotelioma della Pleura, Tumore altamente maligno della membrana di rivestimento del polmone (pleura) che è fortemente associato alla esposizione a fibre di amianto anche per basse dosi. In genere, le esposizioni negli ambienti di vita sono di molto inferiori a quelle professionali, ciò nonostante non sono da sottovalutare perché l'effetto neoplastico non ha teoricamente valori di soglia. Infatti, nel corso degli anni sono stati accertati casi riferibili sia a esposizioni professionali limitate nell'entità e durata, sia a esposizioni al di fuori dell'ambito professionale (come per esempio per gli abitanti in zone prossime a insediamenti produttivi, per i conviventi o per i frequentatori di lavoratori esposti). Si manifesta dopo 20-40 anni dall'esposizione». Lutti e dolori in nome del profitto?
dott. Roberto Topino, specialista in Medicina del Lavoro

(pagina  26 LA STAMPA 06.10.2005)







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