Il ministro arriva via scavo di Marco Travaglio
Data: Thursday, 08 December @ 00:27:40 CET
Argomento: I nostri commenti


ho preso queste righe dal blog di Beppe Grillo,
che sta diventando, con migliaia di messaggi, un gran pozzo da cui attingere.

Il ministro arriva via scavo di Marco Travaglio
Quando apparve per la prima volta, nel salottino di Porta a Porta, il suo scopritore Silvio Berlusconi lo presentò come una specie di genio. Come si fa inaugurando un monumento, levò il velo al capolavoro, quasi che l'avesse appena creato lui: “Eccolo qui il nostro tecnico! E' un ingegnere! Si chiama Pietro Lunardi, coordina la squadra che cura i progetti per le grandi opere. Con lui al governo, rifaremo l'Italia!”. Bruno Vespa rischiò il mancamento. Lui, Pietro Lunardi, infilandosi nei rari respiri del principale, riuscì a biascicare qualcosa sulla variante di valico, sul passante di Mestre e sulla Salerno-Reggio Calabria.





La volta seguente, sempre chez Vespa, il neopremier Berlusconi era armato di Lunardi e di pennarello, col quale ricalcava sulla mega-lavagna i tracciati che il neoministro gli aveva disegnato a matita. Strade, autostrade, ferrovie, porti, aeroporti, ponti, valichi e soprattutto trafori. Perché l'ingegner Lunardi, detto anche Nullardi per la sua fondamentale utilità, è un perforatore indefesso: “Nel sottosuolo - dice - si incontrano sempre cose nuove, impreviste, straordinarie”. Asfalto e cemento sono la sua passione (“Per me le arterie stradali, autostradali, ferroviarie sono come quelle del corpo umano: sapere che quelle dell'Italia sono interrotte non mi dà pace”). Ma non disdegna la saliva: “Il governo è come la Ferrari e Berlusconi è Schumacher: ha una marcia in più, riesce a trascinare l'intero Paese”. E, fra uno scavatore e una betoniera, non trascura il trombone: “L'Italia ha perso lo spirito dei grandi costruttori. Quello spirito che ci ha dato le Piramidi, la Grande Muraglia, i templi maya”.

Per il novello Cheope, la storia d'Italia si divide in due ère: prima e dopo Berlusconi. Prima era il buio, regno dei famigerati verdi che han portato l'Italia “alla paralisi” e provocato “80 mila morti”, ergo “andrebbero incriminati”. Invece rischiò di esser incriminato lui, quando fu aperta un'inchiesta sui danni all'ambiente causati dalle scorie estratte dai tunnel della Bologna-Firenze progettati dalla sua azienda: la Rocksoil, una delle più amate dai governi della prima e della seconda Repubblica. Ma risolse la questione infilando nel decreto Grandi Opere un codicillo che trasformava i veleni in essenze profumate: “Le terre e le rocce da scavo anche di gallerie non costituiscono rifiuti anche quando contaminate da sostanze inquinanti derivate dall'attività di escavazione, perforazione e costruzione”.

Avvezzo pure lui a scaricare tutto sui predecessori, dimentica di spiegare dov'era, lui, nel passato: consigliere del governo Goria, poi dei ministri Gaspari e Lattanzio, infine progettista della metro di Roma sotto Rutelli. Controllore e costruttore. Promosso ministro, qualche maligno ventilò un conflitto d'interessi. Ma lui giurò: “Cambio mestiere, vendo l'azienda”, “Tre fra i migliori avvocati italiani hanno già pronti due progetti per liquidare in un giorno, in sole 24 ore, il mio teorico conflitto di interessi”. Poi, come il principale, cambiò idea: “La mia società ha lavorato in passato e lavorerà in futuro. Non vedo perché mettere sulla strada cento famiglie”. Risolse la cosa elegantemente, cedendo Rocksoil alla moglie e ai figli. E continuando a “vigilare” su opere (autostrada in Val Trompia, corridoio Tirreno-Brennero, Brescia-Padova e Salerno-Reggio) progettate anche da lui.
Naturalmente, per le Grandi Opere, non c'è un euro. Così il suo piano faraonico resta in gran parte sulla carta. Ma gli lascia molto tempo libero. Che lui lo impiega parlando molto, perlopiù a vanvera. “Con la mafia - dice nel 2001 - bisogna convivere”. E pure con Tangentopoli: “Mani Pulite ha criminalizzato imprese, progettisti, costruttori”, basta con le “leggi paralizzanti” nate “sull'emozione di Tangentopoli”. Difende persino Calisto Tanzi, suo compagno di scuola a Parma, pure lui esperto di buchi. In compenso, con la patente a punti, tolleranza zero per gli automobilisti. Ma a giorni alterni. Un giorno vuole alzare i limiti ai 160 all'ora. Un altro confida a un giornalista che lui supera i 150. Poi rettifica: “era una battuta ironica”. Che simpatico.

Brucia il tunnel del Monte Bianco? Nullardi assicura che verrà riaperto entro due mesi (sarà pronto in tre anni). Il problema dell'acqua? “Risolto ovunque entro il 2007”. Il ponte sullo Stretto? Già fatto: “Messina e Catania diventeranno una sola città, come Budapest”. I soldi? “Sono l'ultimo dei problemi”. Perché “io sono uso alla scienza esatta”. Quanto alla Salerno-Reggio, no problem: tutto finito entro il 2006. Senonché, nel 2005, basta una nevicata per paralizzare il Sud. Decine di camionisti bloccati per giorni, semiassiderati. E lui, quasi fosse un passante: “Non dovevano trovarsi lì, con tutta quella neve. Nulla da rimproverarmi”. Un giorno lancia l'idea di tassare (anzi, “pedaggiare”) le strade statali. Poi si rimangia tutto: “i giornali mistificano”. In trasferta a Laives, in Alto Adige, annuncia: “Qui, fra due anni, apriremo il casello autostradale”. La platea lo guarda esterrefatta: quale autostrada? Ma Nullardi credeva di essere a Lavis, in Trentino. Prima o poi, con le dovute cautele, qualcuno lo avvertirà che il ministro delle Infrastrutture è lui.







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