Da Tgcom articolo di Oscar Giannino
Data: Friday, 02 December @ 20:08:10 CET
Argomento: dai media


Tav, "Uscire dalla logica dei no" - Oscar Giannino su Il Messaggero
ANCORA una volta va detto: grazie, Ciampi. Ieri il capo dello Stato ha colto al volo l'occasione della celebrazione della giornata internazionale della Montagna, per parlare di un argomento che in queste settimane ha infuocato il dibattito politico e la vita del Piemonte.



 «Le montagne vanno salvaguardate, ma questo non significa affatto isolamento, non possiamo permetterci di rimanere tagliati fuori dalle grandi reti europee». Non ha citato direttamente la linea dell'Alta Velocità contro cui sono insorti verdi e sinistra antagonista, coagulando il consenso delle comunità locali. E così facendo Ciampi ha fatto benissimo, perché un Presidente della Repubblica rispetta tutti e coi suoi interventi deve comporre e non dividere. Ma è stato insieme chiarissimo: il corridoio ferroviario deve scendere sotto le Alpi, altrimenti l'Italia resta esclusa da una direttrice di grande trasporto merci e si autoinfligge l'ennesimo danno.

Subito è partita la gara del variopinto arcobaleno di forze antagoniste che si oppongono all'opera, nel vano tentativo di piegare le parole di Ciampi all'esatto opposto di ciò che intendevano. «Il solo fatto che abbia citato il rispetto dell'ambiente implica che è d'accordo con chi dice no alla Tav», hanno ripetuto. Ma è un tentativo vano. Ciampi ha detto ciò che ha detto, e cioè che la realizzazione dell'opera dovrà tener conto di tutte le obiezioni delle Comunità locali, purché però abbiano un fondamento dimostrabile e ragionevole e non siano pregiudiziali. Ma l'opera va fatta, senza dar altri pretesti ai Paesi confinanti che sono pronti a far scorrere la direttrice al Nord delle Alpi, tagliandoci fuori. Ciampi difende l'interesse italiano, e da statista che ha a cuore le determinanti della crescita italiana aiuta noi tutti a riflettere su un punto non secondario.

La divisione che attraversa attualmente il campo del centrosinistra in materia di opere pubbliche ha bisogno di trovare presto una sintesi credibile e coerente. Perché se dovesse prevalere la linea del no pregiudiziale per le imprese italiane - già tanto aggravate dal deficit infrastrutturale - sarebbero nuovi dolori. Non è un caso, che esponenti storici del movimento ambientalista, come Chiccho Testa dopo l'esperienza di anni da presidente di un grande gruppo come l'Enel, e come lo stesso Ermete Realacci che di Legambiente resta presidente onorario, abbiano maturato nel tempo una posizione molto diversa da quella di chi in Val di Susa erige barricate. Per Realacci, la Salerno Reggio-Calabria, il passante di Mestre, le metropolitane urbane ma anche l'alta velocità in quanto tale dovrebbero entrare nel programma dell'Unione. Ma la "sua" Legambiente la pensa al contrario.

Come una larga fetta di diessini non si ritrovano nei sì all'opera del sindaco di Torino, Chiamparino, del presidente del Piemonte, Bresso e del segretario ds, Fassino. E meno che mai accetterebbero la conclusione di Realacci, «la parola finale sulla programmazioni di opere strategiche non può spettare alle comunità locali». Una parte della sinistra, ferita dalla virtualità postindustriale che confonde identità di classe e ibrida appartenenza e interessi, è da tempo in transizione dal mito progressista della locomotiva gucciniana alla stazionarietà economica in nome del conservazionismo. E il no ai cantieri in questi anni è stato accelerato identificando in un no a Berlusconi che nel 2001 aveva annunciato 270 grandi opere per 125 miliardi di curo nell'attuale legislatura.

E' vero anche che, rispetto a quella promessa, la legge obiettivo 43 del dicembre 2001 e la 166 del 2002, il decreto legge 35 del marzo 2005 che ha introdotto i commissari per le grandi opere, le delibere del Cipe succedutesi e i tagli poi agli stanziamenti con le diverse finanziarie, ci consegnano oggi un quadro in cui il governo dichiara 90 opere approvate dal Cipe e appaltate, perun valore di circa 57 miliardi di curo, di cui oltre 30 già in corso per soli circa 35 miliardi. Ed è per prima l'associazione dei costruttori a denunciare da anni la distanza tra le promesse del governo e la realtà attivata. Ma le parole pronunciate da Ciampi ieri chiamano Romano Prodi a esprimersi con chiarezza, prima delle elezioni. Se il Paese abbia diritto di attendersi opere essenziali completate - come dicono Fassino e Rutelli - oppure se con una vittoria del centrosinistra prevarrà il no di Agnoletto e Pecoraro Scanio, è un dilemma la cui risposta gli elettori italiani hanno diritto di conoscere prima di recarsi alle urne.







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