Dalla Stampa Online
Data: Thursday, 01 December @ 12:12:29 CET
Argomento: 30 novembre 2005


SUSA. È come una gigantesca partita a Risiko, che si gioca nella complicata geografia di queste vallate al confine con la Francia: Val di Susa e Cenischia. Dove nomi come Mompantero e Venaus sono qualcosa di più di semplici indicazioni sulla carta geografica. Sono terreni veri, con alberi ed erba, che il polo No-Tav ha eletto a emblemi della lotta contro l’Alta velocità.



E così la strenua volontà di difesa di quei prati e di quei boschi alla periferia di Venaus, dove dovrebbe mettere radici il primo megacantiere per la preparazione dei tunnel dove i treni correranno ai 150 all’ora, ha la sua giustificazione. Ma la 24 ore di mobilitazione No-Tav e le migliaia di persone che hanno trascorso una notte all’aperto non è servita a nulla. Sei lotti di terreno su 57 sono stati «conquistati» dai tecnici della Cmc, l’impresa che dovrà realizzare i lavori. Due ufficiali e due testimoni hanno preso possesso delle aree: la prima alle 8, le altre nel corso della mattinata.

E poco conta che ci siano o non ci siano i picchetti, i nastri colorati e tutto il resto: la presa di possesso c’è stata. Le barricate Adesso che cala di nuovo la notte su questa vallata i fuochi del popolo No-Tav continuano a bruciare nei bidoni, prolungando all’infinito la protesta dei valligiani. Chi organizza e cerca di coordinare la gente insiste affinché le due «barricate», sistemate la notte precedente una monte e una a valle del presidio, vengano arretrate di qualche decina di metri: «Stiamo più vicini, facciamo più gruppo...». La polizia in assetto antisommossa è schierata davanti all’ingresso del cantiere: l’ultimo cambio turno degli uomini di vigilanza, alle 19, è filato via senza problemi.

Senza fischi o tensioni come c’erano state in giornata. Antonio Ferrentino, presidente della Comunità montana bassa Val di Susa, parla al megafono in piedi su una grossa bobina di legno: «Ogni iniziativa deve essere decisa qui, tutti insieme. Siamo e restiamo un movimento pacifico e monolitico negli intenti, nonostante le differenze». La trattativa No, adesso non c’è più la tensione del mattino. Non ci sono più i cori contro i poliziotti che vigilano da dietro una rete di plastica arancione, congelati dal freddo della notte trascorsa all’aperto, stremati da un turno di lavoro infinito: 21 ore, quasi senza mangiare e rifocillarsi. Ed è proprio su quel piccolo forte che si concentra tutta la tensione della giornata. «Niente cambio del personale...», insistono i No-Tav, oggi assedianti di un manipolo di forze dell’ordine.

E ci vogliono ore prima che possa arrivare nel cantiere un contingente di supporto. Che s’infila nel «fortino» passando da una centrale elettrica lì accanto. Ed è ancora tensione quando gli uomini che hanno passato qui una notte all’aperto se ne devono andare. Devono portare via i mezzi, ma dalla strada non li vogliono lasciare passare. «Il cambio avvantaggia i nemici, e loro in questo momento sono i nostri nemici...», ammonisce qualcuno. Ci vogliono due ore di trattative: la dirigenza della Digos che media, cerca i contati giusti, prova a raggiungere intese. Poi ci vogliono i sindaci e Ferrentino che parlano alla gente.

E alla fine la carovana di uomini e mezzi viene lasciata uscire. Sfila per 300 metri tra due ali di valligiani, di gente arrivata da fuori provincia, addirittura da fuori Regione, che ha accettato l’intesa. «Niente insulti a chi se ne va, al massimo qualche fischio», aveva ammonito Luca, «No-Tav da sempre», come dice lui, che con le sue parole riesce a convincere anche gli «irriducibili» a spostare la prima barricata. La minaccia Il resto della giornata è un alternarsi di tensione e piccoli gesti di solidarietà con polizia e carabinieri che stazionano sulla provinciale. E’ una ridda di voci e di proclami.

Qualcuno vorrebbe bloccare le due statali che tagliano la valle. Altri hanno in mente azioni sull’autostrada. O sulla ferrovia. Quando si diffonde la notizia che la questura ha di nuovo istituito i divieti di accesso sulla provinciale è già notte fonda. «Non passa più nessuno...», annuncia una voce nella notte. «No, fermano soltanto le automobili: a piedi si può scendere...», replicano altri. «L’hanno fatto perché stanno per arrivare le ruspe per togliere le barricate...», grida un terzo. Nella piccola costruzione di legno dei No-Tav, proprio accanto all’ingresso del cantiere, si continuano a servire té caldo, piatti di minestrone e riso alla gente che ha passato la giornata qui, all’aperto. Fuori qualcuno con la fisarmonica intona musiche popolari. E qualcuno si mette a ballare davanti ai poliziotti schierati. Che adesso sorridono.

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