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TAV, come evitare lo scontro
11 Novembre 2005
di Mario Deaglio
La Tav non passerà, «la Tav deve passare». Il problema della linea ferroviaria ad alta velocità in Val di Susa pare avviato a uno scontro «muro contro muro» con ripercussioni negative che vanno molto al di là della Val di Susa e del Piemonte. Il conflitto, finora mantenutosi, con pochissime eccezioni, in un ambito di correttezza e civiltà, rischia contemporaneamente di farsi più duro e di caricarsi di significati simbolici per cui la Tav potrebbe diventare per molti una metafora di tutto ciò che non va in questo paese e in questa società.



Per evitare questa rotta di collisione, è necessario non limitare il confronto a problemi tecnici e non estenderlo a dimensioni squisitamente politiche ma tenere soprattutto conto degli aspetti economici e istituzionali degli interessi in gioco. Un cammino possibile richiede una convergenza sul piano dei principi e un confronto concreto su tre punti chiave.

La posizione di principio è la rinuncia di ciascuna delle due parti a esprimersi sugli interessi e sui valori dell’altra. Gli oppositori della Tav non dovrebbero mettere in discussione le conclusioni della loro controparte secondo cui, in un’Europa economicamente sempre più integrata, il difficile tentativo di mantenere in Piemonte una base industriale forte e competitiva sarebbe gravemente compromesso dalla mancanza di questo collegamento ferroviario. Si dovrebbe convenire che, nei prossimi decenni, uno dei fattori chiave del destino delle fabbriche di Torino e della pianura piemontese sarà precisamente l'accesso, in tempi competitivi, dei loro prodotti ai mercati europei. I fautori della Tav, dal canto loro, dovrebbero prendere atto dei valori, dell'identità e degli interessi della Val di Susa e accettare a loro volta il principio secondo cui un’opera di queste dimensioni, a carattere permanente, non possa essere progettata e costruita in base a semplici criteri di minimizzazione dei costi ma debba anche tener conto di vincoli costituiti dalle sofferenze e dai danni che deriveranno dall'opera stessa agli abitanti delle zone attraversate.

Se fosse possibile raggiungere un’intesa preliminare su questo piano, il primo punto sul quale lavorare per muoversi verso un accordo dovrebbe riguardare il timore dei valsusini che, una volta realizzata la nuova ferrovia, il traffico dei tir sull’autostrada rimanga agli stessi livelli di prima, o non si riduca in maniera apprezzabile, per cui agli abitanti delle zone attraversate rimarrebbero i danni dell’inquinamento con l’aggiunta degli inconvenienti, con sapore di beffa, relativi alla realizzazione della nuova ferrovia. Non è certo irragionevole l'ipotesi che gli interessi congiunti della società concessionaria dell'autostrada e degli autotrasportatori - i quali, quasi per definizione, non amano la strada ferrata - portino a una struttura di tariffe per cui i vagoni-merci rimarrebbero sconsolatamente vuoti e l'autostrada sconsolatamente piena di tir. Né gli oppositori né i fautori della Tav possono volere un simile esito e non dovrebbe essere difficile stabilire il principio di un controllo parallelo delle tariffe ferroviarie e autostradali tale da rendere fortemente conveniente al traffico merci l’utilizzazione della ferrovia.

Il secondo punto sul quale le parti potrebbero utilmente lavorare è quello che potrebbe essere definito il «modello Valle d'Aosta». La Valle d’Aosta percepì a lungo introiti fiscali legati allo sdoganamento delle merci entrate in Italia dai suoi valichi di confine; questa strada non è naturalmente percorribile oggi ma nulla vieterebbe di immaginare che una quota delle tariffe autostradali e ferroviarie relative ai transiti di merci per la Val di Susa venisse pagata a un fondo avente lo scopo di riparare eventuali danni ambientali legati alle nuove opere, indennizzare chi li subisce e, più generalmente, migliorare la qualità della vita nella Valle di Susa.

Il terzo punto riguarda la rappresentanza degli interessi della Valle di Susa (e forse, più in generale, della provincia di Torino e dell’intero Piemonte). Dovrebbe essere prevista la presenza di rappresentanti delle comunità locali negli organi dell’ente che amministrerà la nuova linea ferroviaria. Tale presenza non va naturalmente intesa come un tentativo di dare un «contentino politico» ma piuttosto come strumento che permetta alle autorità locali nella condizione di controllare «dall’interno» il funzionamento della nuova infrastruttura - avendo accesso, sia pure sotto il vincolo della riservatezza, a tutte le informazioni disponibili - e di poter presentare, al momento delle decisioni, il punto di vista delle popolazioni locali.

Su queste basi, uomini di buona volontà potrebbero avanzare piuttosto rapidamente verso un accordo, con buone possibilità che in questo modo si raggiunga una soluzione soddisfacente. Se ciò non succederà, prevarrà, sperabilmente in modo del tutto pacifico, lo scontro tra esigenze della tradizione ed esigenze del progresso anziché il tentativo di trovarne un contemperamento armonioso. In questo caso si tratterà probabilmente di un «gioco a somma negativa», in cui tutti risulteranno perdenti ma soprattutto le generazioni giovani e quelle non ancora nate, alla ricerca di un lavoro sostenibile in un ambiente sostenibile. Due obiettivi che, in mancanza di un'intesa sulla Tav, saranno assai più difficili da raggiungere.

mario.deaglio@unito.it

'editoriale de la stampa web

"

Postato il Friday, 11 November @ 10:16:47 CET di
 
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