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chi vuole contribuire con un versamento può utilizzare il conto intestato a Pezzoni Gilberto
bonifico bancario IBAN: IT79 Z076 0101 0000 0009 3438 463
oppure ccp 93438463
(chi effettua un postagiro indichi il conto n. 000093438463)
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I nostri legali lavorano tutti in modo gratuito ma ciò nonostante i costi legali sono alti.

conto corrente postale:001004906838
IBAN IT22 L076 0101 0000 0100 4906 838
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Tav, un appello a Ciampi

Dalla Toscana facocero ha scritto
"

Petilia P. Il leader dei minatori di Pagliarelle ricorda i sacrifici degli emigrati
Tav, un appello a Ciampi
«Condizioni disumane per i lavoratori calabresi»
PETILIA POLICASTRO - L'azione unanime, ferma e civile del popolo della Val di Susa sta portando tutto il mondo politico e istituzionale del paese a fare emergere le proprie posizioni.
«Salvaguardare le nostre montagne non significa isolamento ha detto il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi , con evidente riferimento al progetto Tav in Val di Susa, non possiamo permetterci di essere tagliati fuori dalle grandi reti europee : dobbiamo usare i progressi delle tecnologie e delle coscienze scientifiche per garantire la tutela dell'ambiente».
Un intervento pesante , nel merito del modello di sviluppo del nostro paese, quello del Capo dello Stato.




Un intervento, però, secondo Pietro Mirabelli, presidente della associazione Minatori della più popolosa frazione di Petilia Policastro, che sembra non tenere conto dei gravissimi precedenti fatti registrare dalla TAV nel Mugello a livello di ambiente, costi e condizioni di lavoro.
A questo ultimo riguardo Pietro Mirabelli si domanda: come mai non registriamo oggi alcuna risposta all'appello lanciato al Presidente della Repubblica dai lavoratori della Tav del Mugello,(molti provengono da Pagliarelle), dopo che il 20 febbraio del 2001 , egli aveva partecipato nel cantiere del Carlone- sotto i riflettori dei media nazionali- ai festeggiamenti per l'abbattimento di un diaframma di metà della galleria di Vaglia, sulla tratta tuttora incompiuta Firenze-Bologna?
E il 29 marzo dello stesso anno, proprio Pietro Mirabelli, delegato sindacale dei lavoratori del Carlone indirizzò al capo dello Stato un invito a intervenire perché cessasse l'inferno del ciclo continuo e del'emarginazione dei cantieri Tav.
Così Pietro ricorda quei momenti: «Le ho stretto la mano quando, è venuto a "festeggiare" nella galleria di Vaglia dell'Alta Velocità ferroviaria l'abbattimento di un diaframma.L'ho chiamata con rispetto, Le ho stretto la mano e Le ho sussurrato: ci salvi Lei, Presidente! Ricorda, Mi ha guardato , ha avuto un modo di sorpresa, forse: ero proprio io , quel rappresentante sindacale delegato alla sicurezza che Le aveva scritto poche ore prima per chiedere di poterLe parlare in occasione della Sua visita. Avrei voluto raccontarLe i problemi che assillano ancora oggi la vita e umiliano la dignità di centinaia e centinaia di lavoratori, la stragrande maggioranza venuta dalla lontana provincia di Crotone, aggiogati al ciclo continuo e a condizioni ambientali abbrutenti, qui n nella civilissima Toscana, nelle viscere dell'Appennino, in mezzo all'acqua e al fumo, a mille chilometri da casa. Ma la prefettura di Firenze mi informò che quel giorno Lei avrebbe avuto troppo poco tempo».
E lo stesso esito ebbe l'appello delle mogli dei minatori petilini inviato allo stesso Ciampi, ci ricorda il sindacalista dei lavoratori nel Mugello, nella primavera del 2000 che tra le altre cose dicevano:" non possiamo ulteriormente permettere la separazione delle famiglie in un contesto disumano di lavoro, ricordandoLe l'ultimo dramma che si è consumato a causa di queste situazioni: la morte di un nostro figlio di appena 22 anni , schiacciato in galleria e chiedendo la cancellazione di un contratto capestro che tratta i minatori calabresi e non «nemmeno come animali o macchine».
«Ebbene questi appelli sono finiti nel vuoto - ci dice mortificato Pietro Mirabelli- le cose non sono cambiate e tante lotte e tanti sacrifici non sono serviti a nulla» Il contratto del ciclo continuo infatti e il massacrante modello di impiego ad esso collegato è ancora in vigore e forse - conclude Pietro -si pensa di continuarlo anche per scavare il tunnel della Val di Susa dove a lavorare saranno sempre noi, minatori che veniamo dalla Calabria».

link: http://www.ilquotidianocalabria.it/articolo.asp?nomefile=35-qk3-2112-art_2.txt

"

Postato il Wednesday, 21 December @ 13:44:38 CET di
 
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I morti nel Mediterraneo come una bomba atomica (Voto: 1)
di DomenicoSchietti il Wednesday, 21 December @ 14:02:34 CET
(Info Utente | Invia un Messaggio | Journal)
Vorrei aggiungere questo importante documento è un articolo da Repubblica di oggi dove si parla di 150 mila persone morte nel meditarreo sui barconi per venire a lavorare come clandestini in Italia... anche nella costruzione delle TAV. Un lavoro quindi macchiato con la morte di un numero incredibile di persone, segue articolo: Come una catastrofe nucleare. Ecco un buon argomento per Shabir Khan che, tra oggi e domani, prenderà carta e penna e si metterà a scrivere il solito appello al governo. Lo fa da otto anni, sempre in questo periodo, in occasione d'ogni anniversario del naufragio avvenuto nel mare tra la Sicilia e Malta la notte del 25 dicembre del 1996. Tre delle 283 vittime erano suoi parenti. Nell'appello, Shabir chiederà ancora una volta un intervento dello Stato italiano. Diciamo genericamente "un intervento" perché, in tutto questo tempo, il contenuto delle richieste è cambiato. Nel 1997, Shabir chiedeva un'indagine internazionale sui trafficanti d'essere umani. Poi ha cominciato a domandare perché mai i trafficanti, benché individuati, fossero ancora in libertà. Dal 2001, quando è stato localizzato il relitto della nave della morte con attorno i resti delle vittime, Shabir prega le autorità italiane affinché finanzino il recupero dei corpi. Lo farà anche quest'ultima volta. Però con l'argomento nucleare in più e, quindi, con migliori possibilità di essere preso in considerazione. Se si legge la lista dei destinatari degli appelli precedenti, si ha una precisa cronologia istituzionale dell'ultimo decennio. Un elenco completo dei presidenti del Consiglio che si sono succeduti dalla metà degli anni Novanta: da Prodi a Berlusconi, passando per D'Alema. Fino ad ora, però, nessuno gli ha mai risposto. Quello di Shabir e degli altri familiari delle vittime indiane, pakistane, tamil dello Sri Lanka è dunque un disgusto bipartisan. Shabir ha la nausea. E' nato in Pakistan poco meno di cinquant'anni fa ma da venti vive in Italia ed ha acquisito la cittadinanza. Legge i giornali italiani, conosce le vicende di questo paese, si tiene sempre informato. Se oggi avrà il tempo di dare un'occhiata ai quotidiani, molto probabilmente s'imbatterà nella notizia di quel fido di 800.000 euro che, secondo uno dei manager della Banca popolare italiana, fu chiesto dal ministro leghista Calderoli per la sua fidanzata. O in quell'altra cifra molto simile (8-900.000 euro) che è il valore della barca acquistata da D'Alema con due amici. Niente di male, certo. Ma Shabir non potrà fare a meno di notare che sarebbe bastata una cifra simile per recuperare i corpi dei suoi tre parenti e delle altre vittime. La nausea aumenterà. Shabir conosce il valore del denaro e sa che la somma necessaria per il recupero, per un paese come l'Italia, è modesta. Così vedere che lo Stato non mette a disposizione una somma che corrisponde al costo di una barca a vela accrescerà la fastidiosa impressione che il suo dolore, nel mercato nazionale del dolore, valga poco o nulla. Però quest'anno Shabir può dimostrare che il naufragio del 1996 ha un peso statistico assoluto. Già si sapeva che era stato il più grave disastro navale del Mediterraneo dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Ma non è stato sufficiente. Adesso Shabir potrà sostenere senza tema di smentita che, unito alle altre tragedie del mare avvenute in seguito, produce un bilancio apocalittico. Il dato è emerso qualche giorno fa durante un convegno organizzato dall'Alto commissariato delle nazioni unite e dal Centro italiano rifugiati all'Accademia dei Lincei. La base di calcolo è stata fornita da un dirigente del Ministero dell'Interno il quale ha fatto sapere che, tra gli immigrati regolarizzati, quelli giunti via mare sono circa duecentomila. L'altro dato è noto da tempo: secondo stime di istituti di ricerca e associazioni umanitarie, a partire dalla metà degli anni Novanta sono morte annegate nel Mediterraneo, nel tentativo di raggiungere l'Europa, tra le diecimila e le ventimila persone. Incrociando i due dati si scopre che per ogni venti immigrati giunti via mare, uno o

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