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L'Avvenire 2.12.05

dai media patton ha scritto
"

Nessun treno nel mio giardino - Edoardo Castagna
il sociologo
Magatti: «Enti locali, non soffiate sul fuoco»
La chiamano Nimby, la chiamano Banana. I giochi di parole e di acronimi si sprecano: Not in my backyard (Nimby: «Non nel mio giardino sul retro»), Build absolutely nothing anywhere near anything (Banana: «Non costruite assolutamente nulla, da nessuna parte, vicino a niente). Il che mostra che la rivolta dei valsusini contro la ferrovia ad alta velocità non è niente di nuovo. Un fenomeno già visto, contro inceneritori, strade, centrali elettriche.



A nulla servono le rassicurazioni sulla tutela ambientale e sul rispetto dei tempi: semplicemente, non vengono credute. Ma quello che sta accadendo oggi in Val di Susa è una sintesi perfetta del fenomeno, quasi da laboratorio: «È un modello teorico classico che diventa realtà concreta, in ogni dettaglio». Il sociologo Mauro Magatti rileva che «è ormai da anni che in tutto l’Occidente si registra una crescente sfiducia nelle istituzioni».
Che cosa determina questa disaffezione generale, professor Magatti?
«Purtroppo, si sono avuti diversi casi di istituzioni che hanno fatto il contrario di ciò che avevano dichiarato. Ma c’è anche un problema di interlocutori: non si capisce quali debbano essere le istituzioni di riferimento, se quelle locali, regionali o statali. Sono i problemi delle società complesse, ben esemplificate dai fatti di Susa. Le contestazioni sono interessanti perché mostrano come le persone, davanti a un cambiamento rapido e profondo, si aggrappino al proprio territorio. Dobbiamo capire che conflitti di questo genere sono strutturali, non occasionali».
L’idea di un bene comune superiore non basta a superarli?
«Il problema è stabilire di quale comunità sia il bene perseguito. Ovvero, quale bene comune scegliere. Su questo occorre un dialogo serio e preventivo, esteso ai rappresentanti del territorio. Che però non possono pretendere di avere potere di veto su opere come questa, necessarie al Paese».
Ci sono state carenze da parte delle istituzioni locali?
«Si, perché da locali si sono fatte localistiche. Un conto è difendere il territorio, un altro è fare corporativismo valligiano mentre quello che serve è una mediazione con le istituzioni superiori. Il radicamento nel territorio è certamente una risorsa, così come la partecipazione diffusa. Ma quando si scade nel corporativismo, si finisce per minare ancor più la fiducia dei cittadini».
C’è un modo per ricucire?
«Occorre interrogarsi sugli errori commessi in fase di preparazione, dove evidentemente qualcosa non ha funzionato. Gli attori locali non soffino sul fuoco, ma tutte le istituzioni devono evitare il radicalizzarsi del conflitto. Oggi l’arte del governo consiste proprio nel saper mediare tra piccolo e grande».





il filosofo
Veca: «La modernità non deve spaventare»
La protesta è valsusina, certamente. Ma i problemi che solleva non si esauriscono tra Dora e Chisone. «La rivolta localista - sottolinea il filosofo politico Salvatore Veca - si innesta su una contestazione globale».
Quale, professor Veca?
«Quella contro la modernizzazione in sé, vista come un nemico da combattere. È un atteggiamento che travalica i confini e caratterizza l'intero Occidente, e che in Val di Susa assume la forma di un'opposizione alla modernizzazione dei trasporti».
Salta all'occhio la totale sfiducia nelle istituzioni, ritenute platealmente menzognere.
«La revoca di fiducia nell'autorità è fenomeno noto. Il popolo avverte un pericolo e non dispone di un capitale fondamentale per farvi fronte: la fiducia. Così nessuna negoziazione è possibile e resta solo il "no" urlato».
È un problema tutto italiano?
«No, negli ultimi decenni ha coinvolto tutta l'Europa. È una delle forme che assume quella reazione antipolitica che ha seguito il collasso della fiducia nelle istituzioni, e che tra i contestatori si salda con il rifiuto a essere danneggiati personalmente».
Un'istanza legittima?
«No, perché non possiamo perdere il treno dell'Europa. In senso proprio e figurato. La questione non riguarda solo la Val di Susa, però è difficile appellarsi al bene comune quando non c'è condivisione su quali siano i limiti della propria comunità. La fiducia viene meno proprio quando decade il senso di essere una comunità. Se io mi identifico, per esempio, con la mia nazione, allora posso anche accettare di subire un danno di fronte a benefici per tutti. Ma quando questo sentimento collassa, restano solo gli interessi individuali».
Come siamo arrivati a questo punto?
«Come sempre le cause sono più di una. Accanto all'indebolimento del senso di identità nazionale, si nota la presenza di frazioni di popolazione - e anche di intere comunità - che percepiscono l'innovazione soltanto come minaccia».
Si contesta tanto il governo nazionale di destra, quanto quello regionale di sinistra.
«Sì, perché evidentemente sono cadute anche le agenzie di riferimento abituali, perfino quelle della propria parte. Le istituzioni, nazionali e regionali, sono state deboli nella capacità di costruire una comunità sociale. Il problema è diffuso ovunque, il caso Tav non sarà l'ultimo».
Come si spiega il diverso atteggiamento dei valligiani sul versante francese?
«Oltralpe l'alta velocità è ormai una consuetudine. Il che dimostra che il problema è soprattutto un problema di processi di apprendimento del nuovo. E poi, in Francia c'è un po' più di fiducia nelle istituzioni. Ma non tanta di più, come l'esplosione delle banlieues ha mostrato».



Nota: per forza la notra agricoltura va male.... guarda quante braccia le han sottratto vanamente..."

Postato il Friday, 02 December @ 21:22:57 CET di
 
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Re: L'Avvenire 2.12.05 (Voto: 1)
di jack8321 il Friday, 02 December @ 21:29:31 CET
(Info Utente | Invia un Messaggio)
Non è sindrome di Nimby, è la sindrome del ci avete rotto con i progetti inutili




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