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Ambientalismo “del fare” … fare cosa???

Domande e quesiti bifidus ha scritto
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Lo slogan “l'ambientalismo del fare” è una sciocchezza.
Fare cosa? E' questo il problema.
Se chiedessimo a chi usa quello slogan se vogliono il ponte sullo Stretto di Messina loro risponderanno NO. Giustamente, ma allora non è un problema di dire sempre si o sempre no. Sembra quasi che dire “si” sia in e dire “no” sia out: le discussioni si concentrano solo su questo, creando un teatrino non all'altezza dei problemi che ci stanno sotto.
di Claudio Baccianti - da www.megachip.info


Ecco la novità del nostro ambientalismo del fare: sì al coinvolgimento, alla partecipazione, alla consultazione dei cittadini in tutte le fasi di localizzazione, progettazione e costruzione; ma basta con l'ambientalismo che cavalca ogni movimento di protesta del tipo Nimby, “non nel mio giardino”, e impedisce di fare le infrastrutture necessarie al Paese. ” Questo ha detto Veltroni alla presentazione del programma del Pd per le elezioni politiche. E' importante notare che questo ragionamento presuppone che si sappia prima quali siano le infrastrutture necessarie al Paese: la popolazione può decidere il colore del camino dell'inceneritore ma non se farlo o no (infatti parla di localizzazione, progettazione e costruzione). Tant' è che poi aggiunge: “ Una volta assunta la decisione, deve essere previsto un divieto di revoca o l'applicazione di sanzioni pecuniarie elevate con responsabilità erariale a carico degli amministratori pubblici interessati. ” Queste persone hanno un loro progetto di politica ambientale e lo vogliono far applicare senza indugi, senza confrontarlo con altri progetti alternativi (un esempio: chi si oppone agli inceneritori propone sistemi avanzati di raccolta differenziata, come il porta a porta, e per il residuo l'uso di impianti di “trattamento a freddo”. Ne avete mai sentito parlare?).

Qual è questo progetto di politica ambientale? Dal modo in cui si presenta, sicuramente è molto “arrogante”. Purtroppo è anche molto superficiale. Per non ferire la fiducia dell'uomo nel progresso e non intaccare l'ideologia della “crescita illimitata”, mette sullo stesso piano l'ambiente e la crescita economica. Purtroppo il ma anche in questo caso non funziona. Ecco alcuni esempi: se aumentiamo l'efficienza di un elettrodomestico del 10 % (politica ambientale) ma la produzione di quel prodotto cresce del 15% (crescita economica) alla fine il saldo totale è negativo; se riduciamo le emissioni che escono da un impianto del 20%, ma l'anno dopo ne costruiamo un altro uguale, il saldo è negativo per il 60% (ne abbiamo due invece di uno). C'è un unico dato che interessa a “Madre Natura”: le quantità totali, non i procapite, né i g/km, né altre statistiche che vogliono mostrare la nostra buona volontà. Quando miglioriamo l'efficienza tecnologica facciamo diminuire il rapporto emissioni/Pil, cioè possiamo creare un euro di ricchezza con minore produzione di gas serra o altri inquinanti. Però le emissioni totali sono date dal prodotto tra emissioni/Pil e Pil: se contemporaneamente facciamo crescere il prodotto interno lordo il risultato sul totale, nonostante gli importanti progressi scientifici, possono essere comunque negativi. Lo stesso vale per i rifiuti e i prelievi di materia dall'ambiente: una maggiore efficienza porta ad un miglioramento che però viene compensato dalla crescita delle attività economiche. Ad oggi non esiste una economia al mondo che sia riuscita a crescere e insieme ridurre le proprie pressioni sull'ambiente naturale. Nemmeno i virtuosi paesi del Centro-Nord Europa lo hanno fatto e solo la Germania riesce con molti sforzi a tenere stabile la produzione di rifiuti.

Si potrebbe replicare dicendo che se l'efficienza crescerà più del Pil potremmo farcela, quindi questo pessimismo non è giustificato. Peccato che, come scrisse il grande economista Nicholas Georgescu-Roegen, l'efficienza ha un limite: “ la produzione finirebbe col diventare incorporea e la terra sarebbe di nuovo un paradiso terrestre ” 1 . Invece si vuole avere una crescita economica illimitata, ed è chiaro che le due cose confliggono.

“L'ambientalismo del fare” è superficiale.

Propaganda un nuovo modello di crescita basato sulla new economy, l'economia immateriale , che salverà il mondo dalla crisi ambientale. Il programmatore avrà comunque in casa la lavatrice, giocattoli per i figli e molti vestiti, prodotti non più in Italia ma in qualche altra parte del mondo: con la delocalizzazione industriale i paesi economicamente avanzati si liberano di fastidiose fonti di inquinamento (della produzione) ed acquistano i beni finali, scaricando le responsabilità sugli altri. Lo si vede chiaramente nelle statistiche Istat sui flussi di materia dell'economia italiana, nelle quali i dati dicono che vengono prelevati sempre meno materiali all'interno ma sempre più al di fuori dei nostri confini nazionali.

Promuove la Tav perché aiuta l'ambiente e favorisce la crescita dei movimenti di merci, quindi del Pil. Non tiene conto che un aumento sempre maggiore della movimentazione dei prodotti (causata anche dagli acquisti per corrispondenza, via internet) porterà sempre maggiori pressioni sull'ambiente, come sta avvenendo in questo periodo. Infatti nell'ultimo rapporto dell' Unione Europea “ Measuring progress towards a more sustainable Europe: 2007 monitoring report of the EU sustainable development strategy ” si delinea una situazione inaccettabile, perché crescono le emissioni totali di gas serra e “ non ci sono reali segni di decoupling [separazione nell'andamento di] tra consumi di energia dei trasporti e crescita economica ” (va discretamente bene l'intensità energetica, ma per i motivi detti prima, non è sufficiente).

“ L'ambientalismo del fare” è solito denigrare chi si oppone agli inceneritori. Dicono che anche loro sostengono la raccolta differenziata, ma serve anche l'incenerimento. Peccato che siano incompatibili, perché i materiali con più alto potere calorifico sono sottratti dalla differenziazione, ma anche per un altro motivo. Mettiamo che si producano 100.000 ton di “rifiuti” e 40.000 ton siano raccolti in modo differenziato. Cosa fare degli altri 60.000? Incenerire, incenerire, incenerire. Si costruisce un inceneritore da 60.000 ton per questo residuo e, sia bene chiaro, visto che questo è un impianto industriale dovrà bruciare questa quantità di “rifiuti” finché sarà attivo (costa molti soldi costruirlo, quindi sarà tenuto acceso il più possibile). Siamo partiti con una raccolta differenziata al 40%. Mettiamo che qualche mese dopo il sindaco decida di introdurre il sistema porta a porta e la percentuale schizzi al 60% (cifra pessimista). Ora possono essere incenerite solo 40.000 ton e l'impianto è sovradimensionato. Ecco perché i tedeschi sono ben felici di prendere i rifiuti dall'ingenua Italia. La raccolta differenziata è l'unica via sostenibile e l'incenerimento rappresenterà un inaccettabile ostacolo all'obiettivo “rifiuti zero”, visto che esistono modi alternativi di gestire il residuo e visto che sono impianti pericolosi per la salute umana 2 .

Non si vuole mettere in dubbio il fatto che la nuova industria delle rinnovabili e del risparmio energetico creerà nuova occupazione, ma questo è un effetto secondario (e siamo felici che ci sia). Ciò però non significa che crescita e ambiente siano compatibili, come vorrebbero farci credere molti politici. Invece stanno riuscendo a far passare l'idea sbagliata che, viste queste nuove opportunità di lavoro, in futuro possiamo continuare a far crescere all'infinito l'economia.

Per concludere, è chiaro come il mito della “crescita illimitata” (quindi il capitalismo) sia incompatibile con la vita del pianeta, per i diversi motivi che sono stati accennati in questo articolo. Gli ecologisti, a cui gli “ambientalisti del fare” si vorrebbero contrapporre, lo hanno capito. Anche se non hanno ancora elaborato delle convincenti alternative, almeno non fanno il gravissimo errore di coprire la radice del problema con maquillage politico-ideologico . “L'ambientalismo del fare” invece lo fa e porta danni incalcolabili, perché promette quello che sembra proprio impossibile. Porterebbe la politica su un binario sbagliato, con il rischio di doverci accorgere dell'errore troppo tardi. Ricordiamoci: non abbiamo un'altra possibilità per salvare il pianeta.

1 Energia e miti economici , Bollati Boringhieri, Torino, 1998

2 Sul sito di Greenpeace si trova un documento che presenta le tecnologie di “trattamento a freddo” del residuo. Per quanto riguarda la dannosità degli inceneritori, basta notare che: nel novembre 2007 173 medici della piana fiorentina hanno firmato contro la costruzione di un inceneritore; il 10 settembre 2007 la Federazione Regionale Emilia Romagna degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri ha chiesto di “non procedere alla concessione di nulla-osta alla costruzione di nuovi termovalorizzatori-inceneritori”; nell'ottobre 2007 il consiglio dell'ordine dei medici francesi ha chiesto una moratoria sulla costruzione di nuovi inceneritori (http://www.beppegrillo.it/immagini/immagini/Le_Monde_inceneritori.pdf)

link articolo originale - http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=6023

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Postato il Monday, 25 February @ 13:02:44 CET di
 
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Re: Ambientalismo “del fare” … fare cosa??? (Voto: 1)
di Tank il Thursday, 10 April @ 18:22:36 CEST
(Info Utente | Invia un Messaggio)
Legambiente sul Leopard
Paolo Cacciari


C'è una cosa che proprio non mi va giù in questa campagna elettorale; la trovata dell'«ambientalismo del fare» inventata dagli amici di Legambiente e regalata al Pd. Concesso che abbiano voluto sottintendere il «bene» nel fare o/e il fare del «bene», mi sono chiesto: ma è possibile fare bene qualsiasi cosa? Per Carlo Petrini (su il manifesto del 2 aprile) si può fare bene anche una Expo, cioè un megaspot a tema delle imprese multinazionali e dei governi. Ragionando per assurdo anche un carro armato Leopard può ottenere un certificato standard di eco-compatibilità (basta installare una marmitta catalitica, usare vernici atossiche, cuscinetti fonoassorbenti...). Un paradosso, ma non tanto.
Pensate che la Nike ha avviato la pratica per ottenere un attestato di rispetto delle clausole sociali nei rapporti con i suoi sub-fornitori asiatici. Sono sicuro che ce la farà anche se la quota del costo di produzione di una sua scarpa che rimane ai produttori continuerà a non superare il 2 o 3 per cento. Benetton non sta forse sponsorizzando il microcredito africano? La «compensazione» non è forse la pratica corrente nelle valutazioni di impatto ambientale?
Per parte mia ho sempre pensato che l'ambientalismo fosse prima di tutto prevenzione, predizione, precauzione, capacità di calcolare «gli effetti del presente sul futuro» (Alfred Whitehead). La dote richiesta agli ambientalisti è, quindi, riuscire a esercitare una cultura critica, selettiva, di controllo su tutte le attività antropiche. Cioè, pretendere che vengano date risposte alle domande: «fare» cosa? Come? A beneficio di chi? E la lista potrebbe allungarsi. L'economista Kumarappa che tentò di strutturare una teoria economica dell'opera di Gandhi aveva compilato una lista di domande che i consumatori dovrebbero porsi, più o meno questa: quanto conosciamo dell'articolo che stiamo comprando? Da quali materiali è stato ricavato? Dove è stato prodotto? Chi lo ha prodotto? In quali condizioni i produttori vivono e lavorano? Quale proporzione del prezzo finale è il loro guadagno? Come viene distribuito il resto dei denari?
I miei maestri di analisi di impatto ambientale mi hanno sempre spiegato che vi è una condizione affinché la valutazione dell'impatto di un qualsiasi manufatto sull'ambiente naturale sia effettivamente libera e veritiera: deve poter contemplare la opzione do no nothing. Senza questo possibile esito finale (non se ne fa nulla, si lascino le cose come stanno) la società è messa sotto scacco; i poteri pubblici annullati dagli interessi privati. Infatti i soggetti da «proponenti» diventano impositori, le loro volontà prevalgono su quelle della comunità e diventano norma, autorizzazione, asseverazione. Ma chi sono costoro che sono riusciti a prendersi il potere della proposta? Essenzialmente sono sempre tre: i proprietari dei suoli che mirano alla loro trasformazione d'uso, quindi di valore, i costruttori che mirano a realizzare opere e gli imprenditori capitalisti che mirano a realizzare il maggior profitto dalla vendita dei lori prodotti.
Temo che i nostri amici «ambientalisti del fare» abbiano sussunto le legittime aspettative dei nostri tre «motori» dell'economia di mercato come un obbligo sociale imperativo. Hanno preso atto che così va il mondo e che per un sano principio di realtà all'ambientalismo non rimane che cavalcare il loro «fare». Del resto dove sta scritto che debbano essere proprio gli ambientalisti a cambiare il mondo?

da il Manifesto del 4 aprile 2008




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